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1 Dicembre 2023La Creazione: tra mitologia e teologia/2
don Salvatore Rinaldi
Pubblicato su Primo Piano Molise 3 Aprile 2023
Il testo della Genesi forse fu scritto dopo la fine dell’esilio del popolo d’Israele, quando i primi deportati si avviarono di nuovo verso la terra d’Israele. Comunque sia, in questa epoca Israele non “possiede” la sua terra: o si trova ancora in Babilonia o sta tornando in una terra che fa parte ormai dell’impero persiano. Il testo di Genesi 1 propone una soluzione abbastanza originale a tutto il problema della creazione affermando che il “tempo” prevale sullo “spazio”. Tre giorni interi sono consacrati esclusivamente al tempo, i tre giorni più importanti della settimana: il primo, il quarto – proprio in mezzo alla settimana - e il settimo e ultimo giorno. Nel primo giorno, Dio crea il ritmo primordiale del tempo, vale a dire l’alternanza fra giorno (luce) e notte (tenebre) (Genesi1, 3-5). Nel quarto giorno, il giorno centrale della settimana, Dio installa il “grande orologio” dell’universo per scandire il rimo dell’anno, l’orologio degli astri che permetteva di fissare il calendario (1, 14-19). Come si sa, il calendario è una delle importanti scoperte della Mesopotamia. Genesi 1 riprende ed interpreta questi dati per dire che il Dio d’Israele è il Signore del tempo e della storia. Nel settimo giorno, Dio riposa (2,3). In questo giorno, quindi, non vi è alcuna attività divina. Dio, e Dio solo riempie il settimo giorno con la sua presenza e perciò “consacra” e “benedice” questo giorno (2,3). Dio, pertanto, abita il tempo prima di abitare in un tempio. In questo modo, Israele può incontrare e venerare il suo Dio senza possedere un “luogo sacro”. Queste sottolineature ci portano a concludere che la teologia del racconto, in tutta la sua ricchezza, appartiene certamente ad un periodo tardivo della storia d’Israele e sarebbe imprudente voler far risalire queste idee a periodi più antichi senza elementi solidi e indiscutibili. Il racconto del diluvio pone un problema particolare. Seconda la Bibbia, il diluvio ha distrutto l’umanità intera. Si tratta quindi di un fenomeno universale. Vi sono racconti simili a quello della Bibbia non solo nel Medio oriente antico, specialmente in Mesopotamia, ma in tutti i continenti: in America del Nord, in America centrale e in America del Sud, in Europa, in Africa, in India, in Cina, ecc. Persino gli Eschimesi hanno racconti simili. Sembra che la “memoria collettiva” dell’umanità abbia conservato il ricordo di questo diluvio universale. Diventa molto difficile ritrovare “un” diluvio solo che possa essere quello descritto dalla Bibbia: ve ne sono stati tanti in Mesopotamia. La presenza di racconti analoghi in diverse parti del mondo conferma solo una cosa: la storia del diluvio fa parte del patrimonio religioso universale. Non è un “monopolio” della Bibbia. Anche per questa ragione diventa difficile individuare un solo evento storico che sia potuto essere all’origine del racconto biblico. Siamo quindi nuovamente abbastanza lontani da un “racconto storico” nel senso moderno della parola; ci troviamo invece di fronte ad un racconto abbastanza ricco dal punto di vista teologico. Israele è venuto in contatto con i racconti mesopotamici del diluvio durante l’esilio. Si è appropriato di questo racconto e l’ha adattato ai suoi bisogni. Nella Bibbia, il protagonista del diluvio è Noè, un personaggio tradizionale del “folklore”, conosciuto come “giusto” alla stregua di Giacobbe e Daniele (vedi Ez. 14,14,20; cfr. Genesi 5,29), e quindi molto adatto ad espletare questo ruolo. Il racconto cerca di rispondere ad una domanda fondamentale all’epoca dell’esilio: a quali condizioni l’universo può sopravvivere? La parte più antica del racconto, che è (ad ogni modo) esilica o postesilica, suggerisce che la sopravvivenza del mondo dipende solamente dalla grazia di Dio, il quale conclude un’alleanza incondizionata con il “giusto” Noè e la sua famiglia e promette di non mandare mai più un diluvio per distruggere il mondo (Genesi 6,18; 9,8-17). Il segno di questa alleanza è l’arcobaleno (9,12-17). In altre parole, è bastato un solo giusto come Noè per permettere che il mondo si salvi perché Dio ha concluso un’alleanza di grazia con questo giusto. La seconda risposta, più tardiva, viene data dopo la ricostruzione del tempio e il ripristino del culto (520- 515 a.C. circa). Per i testi provenienti da questa epoca e aggiunti al primo racconto, l’esistenza del mondo dipende dal culto. Dio promette di non distruggere mai più l’universo perché gradisce il sacrificio di Noè (8,20-22). La lezione è chiara: il culto è condizione di sopravvivenza per Israele. La prima riposta insiste sulla grazia divina, l’altra sottolinea la necessità dell’iniziativa umana, in questo caso il culto. Per Genesi 6, la causa del diluvio è da ricercare nel cuore umano. Quello che può mettere in pericolo l’esistenza stessa dell’universo è quindi la perversità del cuore umano (6,5; cfr. 8,21). Un altro testo parla più precisamente della “violenza” che ha invaso tutto l’universo (6,11.13). Come affrontare il problema di questa violenza? Anche qui il racconto offre due risposte complementari. La prima risposta è quella di Genesi 9,2-3: gli uomini potranno mangiare carne, vale a dire, la “violenza” si eserciterà contro gli animali, ma non contro altri uomini. La seconda risposta si trova in 8,20-22: la violenza sarà incanalata nel culto. L’offerta di “animali puri” è un atto “violento”, però ritualizzato, e perciò socialmente accettabile e legittimo. La violenza incanalata e “legittimata” in questo modo non è più distruttiva, ma contribuisce piuttosto a “pacificare” la società. Le città grandiose e imponenti della Mesopotamia, con le loro costruzioni colossali, potevano esercitare un grande fascino sugli Israeliti che certamente non conoscevano niente di simile. Il racconto nella sua stesura attuale può difficilmente essere più antico dell’epoca dell’esilio perché solo durante questo periodo Israele è venuto a conoscenza di quello che erano i grandi imperi della Mesopotamia. Vuol mostrare, in un breve aneddoto, quale fine fa un mondo totalitario e imperialista come quello della Mesopotamia. Un tale “sogno” di unità che si vuol realizzare a scapito delle differenze culturali è destinato al fallimento.





