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Condotti per mano da Dio
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Pubblicato su Primo Piano Molise 17 Agosto 2026
Nel lungo tempo della cristianità, ciò che era determinante erano le tradizioni, che andavano fedelmente osservate al di là della comprensione o meno delle stesse.
La stessa catechesi – impostata in maniera mnemonica – non serviva tanto per rendere i cristiani più intelligenti sui misteri della fede, ma piuttosto perché si sapessero ben comportare sia a livello cultuale sia a livello morale.
Solo al clero, e non per tutto il clero, veniva chiesta una consapevolezza teologica ed ecclesiale.
Non si dimentichi che il Catechismo che produce direttamente il concilio di Trento era indirizzato ai parroci (ad parochos).
Ancora, quando oggi i cattolici s'incontrano nelle diverse sedi delle loro riunioni, accade sovente che si utilizzino i verbi al condizionale, soprattutto per questioni pratiche, siano esse di morale personale o comunitaria o di scelte di comportamenti ecclesiali.
Il verbo formulato al condizionale risulta molto pericoloso in ordine all'azione pratica, perché da una parte fa vedere chiaramente qual è l'obiettivo ideale, dall'altra può benissimo lasciare le persone e le situazioni come sono.
Non impegna, invece, come se si dovesse pensare un'azione all'indicativo presente.
La testimonianza nasce dall'incontro personale con Gesù Cristo nello Spirito Santo.
Essa è così frutto di una relazione in cui la conoscenza, sempre amorosa, è dentro un contesto epicletico e di preghiera.
Si tratta di una relazione – mi si permetta l'espressione – corpo a corpo, che non si risolve solo in un momento emotivo, seppur autentico.
In questa relazione infatti entra in campo tutta la concretezza della vita del credente, spalmata sia nel continuum della sua esistenza sia nelle crisi che si attraversano nelle sue varie fasi.
All'interno di questa relazione il credente individua stili e atti concreti di testimonianza di quello che man mano comprende dal suo dialogo con Dio.
Sì, io credo in Dio! E tuttavia, posso riporgli tutta la mia fiducia? Può questa mia fiducia diventare affidamento a lui?
La soluzione evangelica alla paura non sta tanto nel richiamo al coraggio personale o a energie interiori, ma piuttosto nel legame che ci stringe al Padre. Così come avviene tra un bimbo, che ha avuto un incubo notturno, e il proprio padre o la propria madre. È l'abbraccio affettuoso dei suoi genitori che gli fa superare la paura.
Al di là, pertanto, della giusta individuazione delle diverse tipologie di paure e delle loro motivazioni di superficie, occorre accettare la sfida di scendere sempre più nella propria interiorità (il biblico «cuore») laddove si svolge la vera lotta spirituale, perché finalmente ci si possa fidar di Dio. Fino alla fine.
Il contrario della paura è la fiducia. Non è un rimedio magico. Non trasforma i discepoli in leoni, ma fa loro percepire la presenza, la vicinanza di Dio.
È fiducia nella bontà di quel messaggio che ci è stato affidato e che costituisce la risposta migliore a tutte le attese. È fiducia in colui che ci manda e non ci lascia in mezzo alle difficoltà, ma continua a rimanerci vicino. È fiducia nel progetto per il quale lavoriamo, che non è un sogno o un'illusione per i deboli e gli incapaci. E ha una forza inspiegabile, che viene da Dio.










