
Il già Paradiso con le Beatitudini
11 Luglio 2024
Come ascoltare
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Art. don Salvatore Rinaldi
Pubblicato su Primo Piano Molise 8 Luglio 2024
Mi limito a raccontarvi un episodio che si dice abbia avuto protagonista Francesco d'Assisi e un suo fraticello. Questi propose a Francesco una gara bizzarra: avrebbe vinto chi dei due nel corso di una notte avesse recitato il maggior numero di preghiere. Francesco acconsentì e i due, al calare del sole, si inoltrarono nella selva per dare inizio a quella singolare gara. Al sorger del sole i due si ritrovarono e il fraticello carico di emozione disse a Francesco quante preghiere era riuscito a dire nel corso della notte. Un numero fantastico. «E voi, padre Francesco, quante preghiere avete potuto dire?». Con aria davvero serafica Francesco rispose: «Ho cominciato a dire “Padre Nostro...” e con queste due sole parole nel cuore e sulle labbra ho trascorso l'intera notte». L'intera vita può essere colmata dalla stupenda certezza: che Dio è il nostro Padre.
Nel Giardino degli Ulivi Gesù ha pregato: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice. Però non come voglio io ma come voi tu» (Mt 26,39). La preghiera di domanda, quella che nasce dal nostro bisogno, è espressione vera della nostra condizione, della nostra povertà che tende la mano.
Pregare non è solo agire dello spirito. Pregare è una dimensione dell'uomo nella sua totalità, spirito e mente, anima e corpo. Pregare richiede un coinvolgimento della totalità della persona, la cui storia, passata e presente, entra in una dinamica relazionale intima con Dio. Lasciare fuori il corpo, lasciare fuori qualcosa di se stessi pregiudica l'esperienza della preghiera, riducendone la portata nella vita personale, mettendone da parte la bellezza e il gusto. L'Incarnazione è un indice puntato da più di duemila anni sul valore del corpo, sulla sua importanza nella vita, sulla necessità della sua cura, sulla inscindibilità di corpo e anima in ogni esperienza. La preghiera è incontro tra due amori, quello di Dio per l'uomo e quello dell'uomo per Dio. E l'amore richiede di essere espresso dalla globalità della persona, corpo compreso.
Nel mondo della musica e del teatro, quando l'artista, per ringraziare il pubblico che lo acclama, si inchina, lo fa per ringraziare del riconoscimento della sua arte, di ciò che costituisce il centro della sua vita. L'inchino è il gesto di chi ringrazia Dio per il suo amore, un amore che mi accoglie così come sono, fragile e con mille dubbi, un amore che mi è donato a prescindere da tutto.
«Polvere tu sei e in polvere ritornerai» (Gen 3,19). Per accorgerci dell'amore di Dio, per seguire Cristo, dobbiamo renderci conto di come ci rialzi dalla nostra piccolezza, dandoci vita con la potenza dello Spirito. Stendersi a terra significa riconoscere che abbiamo bisogno di Dio, della sua presenza, della sua forza, donatori attraverso i fratelli, ma anche ci accoglie così come siamo, nella nostra piccolezza e ci tende la mano per rialzarci.
- Paolo ci ricorda che nel nome di Gesù ogni ginocchio, in cielo, sulla terra e sotto terra dovrebbe inginocchiarsi (Fil 2,10). È il gesto di chi sente di potersi fidare, di consegnare nelle mani dell'altro tutta la sua vita.
Il Dio che ama. Non è un Dio che ci vuole schiavi, ma liberi: liberi di porsi di fronte a Lui come uno specchio nel quale il Suo volto si riflette, come un libro aperto sul quale scrive pagine di amore. Riconoscere la nostra dignità di "gloria di Dio" quali uomini viventi. Come figli possiamo tendere a Dio, a guardarlo in faccia, scoprendo uno sguardo carico di amore che si fissa nei nostri occhi (Mc 10,21).
Il conformarsi a Cristo in croce è un dono che viene da Dio stesso, con la potenza dirompente della Grazia.
Francesco d'Assisi ha abbracciato la sua croce come fosse la sua donna.
Quanti di noi da quando eravamo bambini e nostro padre tornava da lavoro, incespicando nei passi, andavano incontro con le braccia tese sopra la testa: sapevano che si sarebbe chinato e ci avrebbe sollevato perché potessimo stringere il suo collo. Quante volte, poi siamo caduti e abbiamo teso le braccia e qualcuno ci ha risollevato con la propria forza. L'amore di Dio è cosi: solo ricordandoci del bisogno di Lui per portare frutto, possiamo lasciarci sollevare da terra e camminare nelle strade del mondo.
La straordinaria forza dell'Incarnazione ci ricorda che Dio lo incontriamo ovunque, ne riconosciamo le tracce nella natura, nell'arte, nelle persone che incontriamo lungo il cammino.
Basta avere occhi per farlo e non vergognarsi che a ciascuno di noi parli in maniera diversa (perché siamo unici e irripetibili, come uniche e irripetibili sono le nostre storie).
Vivere la strada, il mondo, come luogo di incontro con Dio, nel quale portare la propria esperienza di Lui e arricchirlo, senza curarsi di tante certezze, ma badando a ciò che davvero conta. Nel sapersi piccoli di fronte all'immensità del Creato. Piccoli, eppure intensamente amati, scoprendo - anche nella solitudine - di essere circondati da una bellezza che ci fa respirare il profumo dell'infinito. E poi rimetterci sulla strada, camminando verso quella meta che in realtà ci è sempre stata vicina lungo la via, fin dall'inizio, fin da quando ci siamo chinati con un sorriso, riconoscendo in Cristo la bellezza di un amore donatore senza riserve.










