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Pubblicato su Primo Piano Molise 3 Agosto 2026
Pasquale Maffeo (1933-2024) è stato un poeta, saggista e drammaturgo italiano. Tra le sue opere principali spicca il saggio Poeti Cristiani del Novecento (Edizioni Ares, 2006), una rigorosa antologia che esplora la fede e la presenza di Dio attraverso i versi di oltre sessanta autori del secolo scorso. Nato a Capaccio (SA) e attivo anche come giornalista e collaboratore di Avvenire e La Civiltà Cattolica, ha esplorato profondamente la spiritualità nella letteratura. Il suo lavoro di critico e antologista offre un ritratto intimo del rapporto tra gli intellettuali italiani e il divino.
A quasi un anno dalla dipartita di Pasquale Maffeo è stata chiesta anche a me una piccola testimonianza su di lui, per quel che l’ho conosciuto, dalla prestigiosa rivista letteraria Sìlarus (n. 365, maggio - giugno 2026). Condivido con piacere questo contributo con i lettori di “Fede e Società”.
Ho avuto il piacere e l’onore di conoscere Pasquale Maffeo di persona a Venafro, nella mia terra, che lo ha ospitato più volte e in più occasioni.
In particolare ricordo una serata gradevole e interessante trascorsa giù da me, nel salone parrocchiale “Madonna delle Rose”, il 25 ottobre 2015. Quella sera io, Amerigo Iannacone, Chiara Franchitti, Vincenzina Scarabeo e Giuseppe Napolitano presentavamo Teatropolis di Pasquale Maffeo, che era presente tra noi. Iniziammo in un’atmosfera familiare e anche il professore fu presto accolto da tutti e messo a suo agio nell’affermazione che la nostra Venafro aveva un forte legame con la sua Tremensuoli. Pasquale Maffeo, infatti, pur essendo nato a Capaccio, in quel di Paestum, viveva a Tremensuoli, frazione di Minturno. Nome di paese che a noi venafrani non risultava affatto nuovo, perché infatti ci è ben noto che proprio Tremensuoli, insieme a San Nicandro Garganico, e a Venafro venera come santo patrono san Nicandro martire, testimone del “già e non ancora” nel suo hic et nunc.
Fu ricordato poi, nel presentare il mio intervento su Maffeo, un episodio riportato nel volume Scuola di vita, dono dei miei collaboratori in occasione del mio 60esimo compleanno, che lega appunto me e il professore. Andrea Cecere, infatti, uno dei 53 autori, per descrivere un periodo particolare condiviso con me durante l’ultimo anno di seminario, sceglie di usare proprio parole di Pasquale Maffeo, che gli sembravano le più calzanti. Il paragrafo in questione s’intitola “L’ora del pianto ci rifece umani”:
«L’ora del pianto ci rifece umani all’ora di pranzo. Ma l’innesto più fecondo per l’interessato diretto di queste note e per i “conviatores” rimane a memoria d’uomo una rinuncia, un tagliare il legame carnale, un appoggiare, avendo accanto a sé la promessa divina e nient’altro, da quell’erta sassosa e spinosa da salire e discendere […] il monte della croce è materia, ma anche rappresentazione, come l’ora del pianto che ci rifece umani (Pasquale Maffeo, poeta, scrittore e drammaturgo) all’ora di pranzo: j’ai pleuré et j'ai cru (ho pianto e ho creduto). Come si concilia l’irrompere del male, del dolore, con la certezza della carità di Dio, della nostra radice divina? La risposta che abbiamo ricavato dall’esperienza è che il dolore è una parte necessaria dell’esistenza. Se non ci fosse, non sapremmo cos’è la gioia. Se si sanno attraversare i cunicoli bui (che non sono ciechi: questo è il punto!), si esce a guardare un orizzonte sereno, si acquista coscienza di una verità che ci promuove, ci rende partecipi, ci fa sentire che la vita è dono».
Condivido ora parte del mio intervento nella circostanza della presentazione di Teatropolis di Pasquale Maffeo a Venafro:
«Carissimo professore, un grazie, con gratitudine. È un onore per me in questo momento stare al suo fianco e alla sua destra. E stare vicino anche a questo piccolo gruppo di amici. E, avendo ricevuto l’invito di Chiara, ho sentito la necessità di studiarla.
Vengo da un convegno dell’altro giorno dove abbiamo parlato delle malattie rare. C’erano dei ricercatori e sembrava strano che un prete s’interessasse anche di bioetica, ma non tanto per quella che è la bioetica, ma poteva sembrare strano che un prete stesse lì ad ascoltare dei ricercatori. Difficile, difficile che un sacerdote si metta a disposizione, soprattutto con quello che è il dono dell’ascolto, dinanzi a dei ricercatori che poi gli pongono questa domanda che delle volte ci poniamo, noi che crediamo nella vita. Ed è molto bello, mi diceva uno dei ricercatori, è molto bello sapere di avere qui un sacerdote, che in questo momento sta qui e ci ascolta. E però noi agli altri non possiamo dire la verità che è in noi: è troppo, però cerchiamo di farlo. Mi ha posto questa domanda: “Se io so quella che è la diagnosi, se io con la ricerca questo faccio, se scopro che mio figlio tra otto anni dovrà morire, perché mai io devo farlo soffrire? Perché devo dare a mio figlio la condizione di vivere già nella sofferenza, per poi morire? È più giusto che io dica no”. Mi ha detto: “Questo è un tormento per noi ricercatori. Ci vedono come uomini di scienza, però a noi manca qualche cosa”. Allora in quel momento mi è venuto – perché lo Spirito agisce – mi è venuto di dirgli: “Da quanto tempo tu, – gli ho dato del tu perché con questo ricercatore ci conosciamo – da quanto tempo tu non leggi una pagina di poesia? E da quanto tempo non ti poni dinanzi a quei filosofi, come Socrate, che si studiavano quando eravamo al liceo? Oppure uno di questi contemporanei come Jean Paul Sartre? Poi ci dicono che faremo la nostra dannazione e l’altro che a volte ci fa fare delle pazzie”.
Poi gli ho detto: “Da quanto tempo non ti sei fermato dinanzi a quella bellissima pagina del Vangelo del testamento di Gesù quando dice: ‘Pietro, lungi da me satana!’? È che Gesù voleva donare a noi un testamento fondamentale: il valore del servizio. Del servizio suo, non nostro”.
E allora questa sera è un onore perché lei ha saputo coniugare anche attraverso quest’opera che viene presentata questa sera, ha saputo coniugare la poesia, ha saputo coniugare il ‘come vivere’, il ‘comprendere’. Però in tutto questo ha saputo dire: “Dinanzi al mistero dell’eternità, il seme...”.
Grazie per la sua presenza».
come vivere e comprendere la vita in Teatropolis di Pasquale Maffeo










